Nell’arte contemporanea, pochi nomi riescono a condensare con tanta intensità la poetica del disfacimento e della metamorfosi quanto Aleksandra Waliszewska. Polacca, classe 1974, la Waliszewska costruisce mondi sospesi, abitati da figure inquietanti, creature ibride, fantasmi di carne e ombra. È un immaginario che affonda le radici in un folklore deformato, in miti riscritti, in antiche superstizioni che rimbalzano tra memoria e incubo.

Guardare una sua tela equivale a penetrare in un luogo in cui la morte non è fine, ma stato dell’essere. La bianco e nero dei suoi disegni non è mero artificio cromatico: è scelta ontologica. Non serve il colore per rendere la brutalità della carne, la fragilità del corpo, il terrore silenzioso dell’assenza. Ogni tratto è preciso e implacabile, ogni chiaroscuro una lamina che taglia il viso dello spettatore.

Waliszewska non indulge nel macabro come decorazione, ma come grammatica del pensiero. Le sue figure, spesso femminili ma non riducibili al genere, sembrano camminare lungo un confine incerto tra eros e thanatos, tra vulnerabilità e aggressività primordiale. L’artista ci sfida a confrontarci con ciò che rimuoviamo: i corpi mutilati non sono spettacolo, sono riflessi dell’angoscia collettiva, della precarietà dell’umano.

La sua arte, così intimamente gotica, possiede una densità morale che ricorda la lezione dei grandi espressionisti: guardare significa mettersi in gioco, esporsi al disagio e riconoscersi nella crudeltà del mondo. Non c’è consolazione in Waliszewska, ma una vertigine necessaria, un richiamo a comprendere l’ombra che abita dentro e fuori di noi.