Dal buio si eleva la fotografia complessa di Alnis Stakle, lettone del 1975, cresciuto tra le fabbriche morenti di Livani e i cortili impregnati di ruggine e carbone. Le sue immagini hanno il peso di una campana spezzata: non risuonano in modo armonico, ma vibrano come ferro contro ferro, come il clangore di un tempo che non passa e non guarisce.

Non c’è alcuna nostalgia nell’occhio di Stakle. Piuttosto, la consapevolezza che la fotografia non registra un istante ma un’assenza. Ogni scatto è un residuo, una cicatrice che la luce imprime. È in questo solco che si muove la sua ricerca: lacerare la superficie, mostrare la crepa, rendere visibile ciò che viene negato dall’euforia contemporanea delle immagini veloci.

In Heavy Waters, serie dedicata alla Crimea pre-annessione, le coste diventano palcoscenico di un’erosione doppia: quella fisica, del cemento e del sale, e quella culturale, delle memorie sovietiche sbiadite e mai davvero risolte. Non è reportage né pittoresco: è un viaggio in una terra che si sfalda, dove l’acqua corrode come l’ideologia che resta incollata alle mura anche quando le bandiere sono cambiate. Guardando quelle fotografie, si ha la sensazione che dietro ogni edificio abbandonato ci sia un respiro trattenuto, un coro muto di vite lasciate a metà.

Con Theory of R, Stakle spinge lo sguardo su Riga, città vetrina e città ferita, dove i cortili grigi e le architetture brutaliste si oppongono alla narrazione turistica di una capitale europea. Figure isolate, ombre lunghe, luci artificiali che tagliano la notte: tutto diventa prova che la modernità non ha cancellato la miseria, l’ha soltanto nascosta dietro nuove insegne. Qui la fotografia diventa testimonianza muta, un monito che non grida ma pesa.

Il lavoro più radicale, Mellow Apocalypse, mette in scena l’immagine stessa come terreno di conflitto. Collage digitali, archivi museali, algoritmi che scompongono e ricompongono figure: il risultato è un’apocalisse lenta, senza esplosioni, dove la ripetizione delle immagini diventa una forma di oblio. Non si tratta di spettacolarizzare la catastrofe, ma di mostrarne la normalità: l’accumulo di fotografie che ci abitua alla perdita, la serialità che toglie senso al ricordo.

Stakle non è un autore facile. A volte la sua densità concettuale rischia di diventare barriera, di farsi esercizio per iniziati. Eppure proprio questa difficoltà è la misura del suo peso. In un tempo che corre, che inghiotte e consuma, lui costringe a rallentare, a guardare più a lungo del sopportabile. La sua fotografia non intrattiene, interroga.

C’è in lui qualcosa di metal, nel senso più viscerale del termine: non estetica patinata, ma materia che risuona. Ferro arrugginito, cemento che crolla, memoria che non si lascia addomesticare. Le sue immagini sono blocchi di suono e di silenzio, come riff pesanti che non finiscono, che restano sospesi nell’aria.

Stakle è voce necessaria, perché mostra l’oscurità non come posa ma come condizione storica, politica, personale. Perché scava nella rovina senza compiacersi, restituendo al pubblico il senso della gravità, del peso, del ricordo che non smette di ferire.