Angelo Rizzuto non fotografava New York: la sezionava. La sua macchina non era uno strumento di registrazione, ma una lama. Per più di dieci anni, ogni giorno alla stessa ora, scendeva in strada per consumare un rito ossessivo. Sessantamila scatti, un archivio sterminato e clandestino, rimasto per decenni a vegetare nelle scatole di un istituto. Non una cronaca urbana, ma il diario di una mente in collasso.

La città che Rizzuto ci lascia non è la metropoli mitica dell’America trionfante, ma un teatro di solitudini e incrinature. Passanti anonimi, volti segnati, architetture immobili: tutto sembra respirare la stessa tensione, la stessa stanchezza. E poi lui, sempre lui, nel gesto ossessivo dell’autoritrarsi. Frammenti di corpo, sguardi sfuggenti, apparizioni deformate: una lotta continua con il proprio fantasma.

In quegli scatti non c’è alcuna retorica del “momento decisivo”, nessuna celebrazione dell’attimo perfetto. Rizzuto fotografa per disfare, non per fissare. L’immagine è per lui un esorcismo quotidiano: catturare il buio e dargli forma, prima che divori tutto. Per questo le sue fotografie, viste oggi, non appartengono a nessun genere. Non sono street, non sono reportage, non sono nemmeno confessione intima. Sono il documento di una frattura.

Il suo lascito alla Library of Congress è insieme un atto testamentario e una beffa. Dentro l’archivio della memoria ufficiale americana riposa l’opera di un uomo che quella stessa società aveva espulso, lasciato a marcire in solitudine. C’è in questo gesto qualcosa di radicale: affidare all’istituzione la cronaca di ciò che essa non avrebbe mai voluto vedere.

Rizzuto muore nel 1970, invisibile, senza che il suo progetto di libro prenda forma. Solo più tardi Michael Lesy tenterà di aprire quelle scatole e raccontarne la potenza. Ma la maggior parte delle immagini resta ancora oggi sepolta, come la città sepolta che raccontano. Vederle non è un piacere estetico: è un confronto con il rimosso, con l’invisibile che insiste.

Angelo Rizzuto appartiene alla genealogia dei ribelli che non hanno scelto la piazza, ma la deriva. La sua ribellione non sta nelle parole, né nei manifesti, ma in un gesto ripetuto fino allo sfinimento: fotografare. Perché fotografare, per lui, era dire: “sono qui, sono ancora qui, e voi non potete cancellarmi”.