Ci sono fotografie che ti colpiscono perché sanno restare in sospeso. Tra i palazzi di Seoul, Cho Gi-seok lavora su questa sospensione. Non cerca l’immagine da postare: i suoi scatti sono già tessuto di una storia che si insinua nel tempo. KUSIKOHC, il suo brand, è l’arte di trasferire quella sospensione sul corpo umano. Felpe, giacche, t-shirt: capi che parlano una lingua visiva che non si piega al mercato.
La fotografia di Cho è nervosa, instabile eppure precisa. Le linee si spezzano, i contrasti si accumulano, e i soggetti sembrano apparire e scomparire tra le ombre. Guardando le immagini di Cho, non vedi solo ciò che è stato fotografato: percepisci il vuoto tra le figure, il ritmo dei gesti, il battito del silenzio che le attraversa. Trasferire queste immagini sui tessuti non le rende ornamentali; le rende viventi. Ogni piega diventa un piano di lettura, ogni movimento del corpo fa vibrare la luce che l’autore ha catturato.
KUSIKOHC è un laboratorio di equilibrio instabile: tra moda e fotografia, tra gesto quotidiano e provocazione estetica. Non c’è decorazione, non c’è compromesso. Il brand non spiega: espone, provoca, sospende. Ecco perché le immagini che sembrano solo scatti diventano atti di resistenza. La moda, così, smette di essere superficie e diventa terreno di osservazione, specchio di un’arte che continua a interrogarci anche lontano dalla galleria, fuori dai feed.
Cho Gi-seok non salva la fotografia nel senso tradizionale. Non la conserva in cornici né ne cerca il mercato dei collezionisti. La fotografia di Cho si salva quando cammina: quando incontra il corpo, quando si muove con esso, quando si impone nella realtà concreta. È un’esperienza tattile, sensuale, irriducibile a etichette o spiegazioni. KUSIKOHC porta il rischio della visione nel quotidiano: il rischio di fermarsi a guardare, di percepire lo scarto tra il mondo e ciò che crediamo di vedere.
In un’epoca in cui la fotografia è consumo immediato e rapido, Cho Gi-seok ricorda che essa può ancora creare intimità, sorpresa, dissonanza. Ogni capo è un frammento di sguardo, un piccolo teatro in cui il gesto del fotografo convive con la fisicità di chi lo indossa. La luce e l’ombra non si fermano sullo schermo: attraversano la stoffa, costringono il corpo a confrontarsi con il senso del vedere. La fotografia diventa così un linguaggio che non si limita a narrare, ma scuote, disturba, provoca e resiste.
La fotografia di Cho Gi-seok trova casa nei tessuti, ma soprattutto trova sé stessa: libera dal virtuale, concreta, necessaria. Chi indossa un capo di questo brand non porta solo un’immagine: porta un interrogativo, una tensione, un frammento di mondo che continua a chiedere attenzione.