Christer Strömholm non appartiene alla genealogia rassicurante della fotografia nordica. Nessun paesaggio ordinato, nessuna compostezza formale. La sua biografia è già una crepa: guerra civile spagnola, Resistenza, l’Europa spaccata in due. L’esperienza militare gli lascia addosso non la gloria, ma il sospetto che la violenza sia una condizione permanente. Da lì in avanti, tutto è scarto, clandestinità, notte.
Parigi, Place Blanche. Anni Sessanta. Una geografia di corpi travestiti, desideri in esilio, margini che chiedono riconoscimento. Strömholm entra in quel territorio senza maschere moraliste. Non fotografa per il mercato, non per la cronaca. Vive con loro, divide la precarietà, ne registra la dignità senza addomesticarla. Le sue immagini sono dense, sporche, vicine. Non la rappresentazione dell’altro, ma un’autobiografia condivisa: guardando quelle facce truccate si vede il volto ferito di chi scatta.
Il libro Les Amies de Place Blanche è la sua eredità più radicale. Non reportage, non denuncia. Una comunità sottratta al silenzio, restituita come possibilità di alleanza. Fotografia che non illustra, ma compromette: chi osserva è chiamato a sporcarsi le mani, a riconoscere la propria parte di notte.
Strömholm resta figura laterale, contraddittoria, mai pacificata. Maestro duro, capace di formare generazioni e insieme di distruggerle con il suo carattere violento. Uomo di ombre che non ha mai cercato redenzione.
Oggi, in un tempo che riduce tutto a superficie, la sua lezione resiste: la fotografia non salva. Al massimo tiene compagnia alle rovine.