Ogni fotografo sceglie il proprio campo di battaglia. Dino Pedriali lo ha trovato nel corpo umano, fragile e irriducibile, attraversato da luce e ombra come una mappa segreta. Nato a Roma nel 1950, cresciuto tra artisti e gallerie, incontrò presto Man Ray, che gli mostrò la fotografia non come mestiere ma come rischio: non riprodurre il reale, ma tradirlo, reinventarlo, forzarlo fino a far emergere ciò che non si vuole vedere. Per Pedriali, da allora, la macchina fotografica è stata un bisturi: uno strumento per incidere, svelare, scavare.

La svolta avvenne nell’autunno del 1975. Pier Paolo Pasolini, pochi giorni prima della sua morte violenta all’Idroscalo, lo invitò a fotografarlo. Pedriali lo ritrasse a Chia e a Sabaudia, nei suoi spazi quotidiani, mentre scriveva, leggeva, disegnava. Lo fotografò persino nudo, ma senza alcuna traccia di esibizione. Non un corpo da desiderare, ma un corpo da interrogare: il poeta disarmato, fragile, vulnerabile. Quelle immagini sono diventate un testamento visivo, una memoria che resiste oltre l’icona. Pasolini non come mito, ma come uomo che si offre, senza difese, al buio e alla luce.

Da quel momento, Pedriali si è affermato come “il Caravaggio della fotografia del Novecento”, come lo definì Peter Weiermair. Non solo per il suo uso drammatico del chiaroscuro, ma per il coraggio di guardare laddove altri distoglievano lo sguardo. Nei suoi nudi – di artisti, ballerini, sconosciuti – il corpo diventa paesaggio umano: non pornografia, ma confessione. Ombre che scavano, luci che tagliano, pose che non nascondono. La bellezza non è mai concessa, è sempre attraversata da una ferita.

Pedriali non cercava il volto pubblico, ma l’anima dietro la maschera. Fotografare era per lui un atto etico: costringere chi guarda a fare i conti con la nudità, con la carne, con la verità che la società tende a rimuovere. Non abbelliva, non addolciva. Scattava come chi interroga un testimone scomodo, e da quell’interrogatorio emergevano immagini che ancora oggi disturbano e affascinano.

La sua morte, a Roma nel 2021, non chiude il percorso: lo rilancia come domanda aperta. Che cosa significa davvero mostrare un corpo? Quanto è lecito spingersi nell’intimità di un altro? Fino a che punto l’immagine è memoria, e da dove inizia a diventare ferita?

Oggi, riguardando i suoi scatti, capiamo che Pedriali non ci ha lasciato soltanto fotografie: ci ha lasciato un metodo di resistenza. La resistenza di chi non si accontenta di coprire, ma scopre; di chi sa che l’ombra è parte integrante della luce; di chi crede che la fotografia non sia mai neutra, ma sempre una scelta etica.

In quelle immagini restano scolpiti il coraggio e la fragilità. Pedriali ci insegna che non si fotografa per bellezza, ma per necessità. Perché il corpo, nel suo silenzio, custodisce sempre la verità che non smettiamo di cercare.