Al MLAC della Sapienza, tra le aule che cambiano volto, è riemerso un tesoro che nessuno cercava più. È la mostra “Fotografie di un tempo non ritrovato 1968-1990” di Fabio Ciriachi, visitabile fino al 17 gennaio 2026. Un titolo che sembra già un avvertimento: non si tratta di ritrovare un passato, ma di capire perché lo abbiamo lasciato scivolare via senza farci le domande più scomode.
Ciriachi – romano, classe 1944 – appartiene alla generazione degli artisti intermittenti, quelli che cambiano pelle invece di costruire carriere. Negli anni delle piazze incandescenti, delle comuni, dei teatri che inventavano linguaggi invece di format, lui fotografava. Poi ha smesso. È passato alle campagne, al silenzio, alla scrittura. Le immagini, centinaia, sono rimaste chiuse in un archivio privato, come un dialogo interrotto a metà frase.
A rileggerle oggi – più di centoventi stampe in bianco e nero, quasi tutte inedite – si capisce che quel silenzio aveva davvero molto da dire.
La curatrice Camilla Federica Ferrario non costruisce un santuario dell’epoca. Le contestazioni del ’68 appaiono senza la retorica del mito, come se qualcuno avesse spazzato via la patina storica lasciando solo i gesti nudi: un ragazzo che strilla senza essere ascoltato, una donna che osserva la scena come si guarda una nevicata improvvisa, un cordone di polizia che non sa ancora di appartenere alla fotografia sociale. Le comunità alternative, invece, non sono utopie in miniatura: sono corpi stanchi, sorrisi sghembi, momenti di tregua tra una fuga e un’altra. E le città – Roma, Amsterdam, Londra – hanno un’aria da organismi febbricitanti, come se l’inquietudine fosse il loro clima naturale.
La forza di Ciriachi è qui: una fotografia politica che non fa comizi, registra, trattiene, ascolta. E restituisce la complessità senza pretese di spiegazione.
In fondo, questa mostra non è un “ritrovamento”: è un inciampo. Ci costringe a riconoscere che il nostro immaginario collettivo sugli anni che hanno spaccato il Novecento è, alla fine, un collage di immagini già viste. Qui no. Non è un tempo perduto. È un tempo che ancora non abbiamo imparato a guardare.