C’è un’ombra che si muove lenta tra le pieghe della città, una luce fredda che penetra il buio senza chiedere permesso. È la fotografia di Giorgia Lisi, giovane italiana nata nel 1999, che ha fatto del folklore e delle leggende meridionali il suo laboratorio visivo. Non cerca la bellezza rassicurante dell’immagine: costruisce spazi sospesi tra realtà e mito, tra visibile e invisibile, dove il sogno e la paura si incontrano.
Il suo lavoro più recente, In the Darkness I Can See You, è un viaggio notturno nei labirinti dell’ignoto. Lisi esplora Lu Mamau, entità mitologica del Sud Italia che rapisce i bambini disobbedienti, trasformando la leggenda in riflessione critica sulla paura come strumento sociale. Le sue fotografie, scattate tra strade deserte e cortili silenziosi, giocano di contrasti, con luci dure che isolano figure e dettagli, restituendo un mondo sospeso tra minaccia e fascinazione. Non c’è spettacolo, non c’è artificio: solo il desiderio di interrogare lo spettatore, di renderlo partecipe di un rituale visivo che è al contempo esplorazione e confessione.
Tecnica e poetica si fondono. Lisi abbandona la morbidezza romantica e abbraccia l’asprezza della notte, il nitore del flash, l’estraneità dei corpi sospesi nello spazio. Ogni immagine diventa un frammento di coscienza, un battito di resistenza che sfida la velocità consumistica dello sguardo contemporaneo. L’oscurità non è solo tema: è strumento di indagine, lente attraverso cui leggere le tensioni della società e i fantasmi della memoria collettiva.
Ma ciò che colpisce è il suo coraggio nell’intrecciare tradizione e contemporaneo, mito e critica sociale. Le leggende diventano specchi deformanti, scenari in cui l’infanzia e il terrore si mescolano, in cui l’osservatore è chiamato a confrontarsi con ciò che normalmente fugge. Lisi non narra: propone, incalza, solleva domande. La fotografia diventa allora terreno di battaglia, arena di confronto tra consuetudine e sovversione.
In un tempo di immagini superficiali e rapide, Giorgia Lisi invita a fermarsi, a scrutare i margini, a respirare con lentezza la tensione tra luce e ombra. Le sue fotografie non si consumano; si sedimentano, restano, insistono. Come ogni arte davvero contemporanea, non cerca la risposta: lascia lo spazio all’interrogativo, al brivido, alla contemplazione. E in questo, forse, sta la sua forza più rara: creare immagini che non si limitano a raccontare, ma trasformano chi le guarda, aprendo finestre su mondi che sono sempre stati lì, nascosti tra le pieghe della realtà.