Ci sono lavori che non si limitano a mostrare immagini: respirano, mordono, lasciano cicatrici. Giulia Nardinocchi appartiene a questa specie rara. La sua ricerca non costruisce storie da contemplare, ma attraversa ferite, fratture, residui di memoria sedimentati tra corpo e immaginario collettivo. È un percorso sospeso tra opera lirica, mito e carne viva: un dispositivo che mette in crisi lo sguardo, lo obbliga a sostare sulla soglia instabile tra vita e morte, tra presenza e dissoluzione.
La formazione di Nardinocchi — arti visive, teatro fisico, studio della voce — produce un linguaggio che rifiuta compartimenti stagni. Fotografia, performance, installazione diventano tre poli di un’architettura del corpo sempre “altro”, mai catturabile. Qui la fotografia non documenta: scava, squarcia, lascia filtrare il mito nel quotidiano, tra polvere e degrado, nella nudità cruda della contemporaneità.
Con Miti Viventi, Nardinocchi compie un gesto radicale: spoglia gli antichi racconti del loro Olimpo e li costringe a incarnarsi nel presente. Non c’è più epica maschile, non ci sono eroi o semidei. La voce che abita queste immagini è femminile — non per retorica, ma come atto di riscrittura della memoria culturale. Pandora, Icaro, Dafne, Narciso: figure smontate, corrotte, ridotte a materialità sporca, vicina, fragile e feroce.
Le immagini hanno la potenza di una scena lirica interrotta: tutto è pathos, senza concessione alla decorazione. La composizione evoca teatralità, ma ciò che domina è l’incompiuto, il frammento. Una Medusa che urla dal buio, serpenti che si accendono come neon tossici, un volto reciso che continua a fissare chi osserva: icone sospese tra blasfemia e sacralità, reliquie di un mito che si consuma davanti ai nostri occhi.
Ciò che colpisce non è la citazione del mito, ma la sua trasfigurazione. Nel lavoro di Nardinocchi, la mitologia è organismo vivo, respira tra le crepe della contemporaneità. Non interessa la fedeltà al racconto originale: interessa il modo in cui il mito si frantuma, diventa varco per nuove domande. Che cos’è oggi la metamorfosi? Dove cade Icaro se non su un terrazzo anonimo, tra palazzi opachi? Che volto assume Narciso quando lo specchio non riflette più nulla?
Il femminile attraversa l’opera come medium, come filo che scompagina il canone. Non c’è trionfo, solo tensione tra vulnerabilità e potenza, tra memoria del mito e impossibilità di abitarlo integralmente. È qui, in questa contraddizione, che il lavoro diventa urgente: nel rivelare il mito come struttura che continua a interrogare ossessioni, desideri, paure.
Nardinocchi non cerca di rassicurare lo spettatore: lo scuote, lo mette di fronte al corpo del mito e al corpo del presente, con tutte le cicatrici accumulate nei millenni. Collocato in una rivista dedicata alla fotografia oscura, Miti Viventi si fa dispositivo critico: ricorda che il mito non è mai innocuo, che la bellezza è sempre contaminata dal dolore, e che il femminile resta la soglia attraverso cui il divino si lascia corrompere.
E forse è qui che la fotografia oscura trova la sua ragione di esistere: non come superficie estetica, ma come rito. Un rito che invoca il mito, lo deforma, lo sporca, e nel farlo restituisce il nostro volto più fragile e più feroce. Un volto che guarda il presente negli occhi e non si volta.