C’è una fotografia che si insinua dove il linguaggio ordinario non arriva, che cerca di ferire con delicatezza, come un taglio sottile che continua a bruciare. Laura Makabresku, polacca, autodidatta, lavora esattamente in questo spazio liminale, in quella frattura tra poesia e sangue vivo. Le sue immagini, che siano in bianco e nero o immerse in cromie smorzate fino al grigio della cenere, sono favole nere: racconti che mescolano innocenza e ossessione.
Makabresku costruisce mondi che non raccontano un lieto fine. Al contrario, li apre come ferite. I corpi che fotografa sembrano sempre sospesi, mai interi, come se la luce li consumasse dall’interno. Animali imbalsamati, volti appena illuminati, mani che trattengono piume o sangue: ogni immagine è un atto incompiuto, una scena interrotta. Eppure, dietro questa incompiutezza, si percepisce una densità narrativa che rimanda a una tradizione gotica capace di parlare al presente.
La sua tecnica è ingannevole nella semplicità. Niente artifici spettacolari, niente estetica patinata: Makabresku lavora per sottrazione, lasciando che siano la grana della pellicola, il contrasto esasperato, la sfocatura mirata a generare l’atmosfera. È la fotografia come atto di evocazione. Qui la nitidezza non serve: serve l’allusione, la possibilità di vedere ciò che non è mai completamente mostrato. Così le sue immagini diventano luoghi abitati da fantasmi, presenze che non si lasciano addomesticare.
È inevitabile leggere in questo lavoro una biografia nascosta, un’urgenza che va oltre l’esercizio estetico. Ogni scatto sembra provenire da una necessità interiore, come se l’autrice fosse costretta a restituire al mondo le proprie ossessioni. Non c’è compiacimento, non c’è volontà decorativa: c’è un’intensità che consuma e che, nello stesso gesto, restituisce vita alle ombre.
Se l’arte contemporanea troppo spesso si piega alla logica della visibilità, al consumo rapido delle immagini, Makabresku prende la strada opposta. Costruisce fotografie che resistono all’occhio distratto, che non si lasciano scorrere nel feed. Sono opere che pretendono tempo, che costringono lo spettatore a rimanere lì, a sostare nell’inquietudine. È in questa sospensione che il suo lavoro trova forza politica: sottrae la fotografia alla dimensione dell’ornamento e la restituisce come pratica radicale, come esercizio di resistenza contro la superficialità.
Il buio che attraversa i suoi scatti non è mai solo estetico. È un buio che appartiene al nostro presente, che raccoglie l’angoscia di una generazione cresciuta tra crisi, guerre a distanza e precarietà esistenziale. Nei suoi lavori c’è una fragilità che non viene occultata ma celebrata come possibilità di verità. Un volto piegato nell’ombra, un corpo coperto da un velo, un animale senza vita: tutto diventa allegoria di una condizione condivisa, specchio in cui guardarsi senza riconciliarsi.
Laura Makabresku non cerca di salvare la fotografia. Non ne ha bisogno. Ma riesce a ricordarci che la fotografia, quando rinuncia all’eccesso di spiegazioni, può ancora aprire varchi. Può essere favola crudele, messa in scena di un reale che non vogliamo vedere, memoria che insiste a rimanere. Non serve definirla artista oscura, anche se nella sua opera ci sono tutte le tracce della solitudine, dell’inquietudine e del gesto radicale. Basta riconoscere che il suo lavoro ci mette davanti a una possibilità dimenticata: che la fotografia non è solo immagine, ma corpo oscuro che continua a chiedere attenzione.