C’è un certo rumore nell’oscurità domestica di Magdalena Wywrot. Non quello che senti, ma quello che percepisci: l’eco di un passo sospeso, il fruscio di un tessuto, il rimbalzo della luce tra pareti polverose. Pestka, sua figlia, attraversa questi spazi come un’ombra viva, ma non è mai innocente: si muove nel tempo e nella memoria, tra stanze che sembrano laboratori di archeologia emotiva e corpi che diventano microcosmi sospesi tra la realtà e l’irreale. Non c’è indulgenza: ogni gesto, ogni respiro, è registrato, misurato, come se la fotografia fosse un dispositivo per sondare l’ombra che ci abita.

Wywrot lavora in bianco e nero, e la scelta non è casuale: la materia stessa della fotografia diventa suono e memoria. I contrasti taglienti sono come chitarre distorte che risuonano in spazi vuoti, le ombre vibrano come bassi doom, la luce graffia la scena come un blast beat che colpisce al cuore. Ogni composizione porta con sé tensione. Oggetti comuni – libri, lampade, tessuti sgualciti – non sono più semplici oggetti, ma relitti di un tempo sospeso, strumenti rituali in un paesaggio domestico trasformato in scenario gotico.

Guardando le immagini, ti accorgi che l’infanzia non è mai innocente. È sospesa tra assenza e presenza, tra leggerezza e gravità. Le stanze diventano corpi, i corridoi paesaggi sonori, i lampi di luce improvvisi diventano risonanze che parlano di isolamento, di memoria, di tensione sociale e culturale. C’è qualcosa di nordico, di industriale, di post-apocalittico in questi spazi: come se la Polonia stessa si riflettesse nelle pieghe del quotidiano, e nello stesso tempo evocasse l’oscurità e la densità del metal estremo, il clangore invisibile di riff e blast beat, la poesia dura delle atmosfere gotiche.

Pestka, il libro, raccoglie questa alchimia. La fotografia non racconta solo un corpo o una bambina, ma registra un tempo sospeso, una densità emotiva che si fa materiale. Ogni scatto è una partitura di silenzi e tensioni, una composizione di memoria, spazio e luce. Wywrot non interpreta, misura; non indulgente, ma precisa, ossessiva. E attraverso questa precisione, attraverso questa ossessione, l’infanzia si trasforma in una narrazione potente e oscura, dove luce e ombra, silenzio e clangore, memoria e immaginazione si intrecciano come in un album black metal che non ha bisogno di parole per essere ascoltato.

In definitiva, guardare Pestka significa accettare l’idea che l’infanzia possa essere un luogo oscuro, gotico, radicale, e che la fotografia possa essere la sola voce capace di darne conto. La materia visiva diventa rituale, e ogni immagine è un ponte tra intimità e universo, tra il corpo e l’ombra che lo avvolge, tra la delicatezza di un gesto e la durezza del mondo che lo circonda.