Non c’è bisogno di inventare la leggenda quando la vita stessa si incarica di scriverla a colpi di tragedia. Marcel Bascoulard nasce a Bourges nel 1913 e subito il destino gli pianta addosso il segno del maledetto: la madre che uccide il padre, il trauma che diventa fondamento, la follia domestica che non lascia margini di redenzione. Tutta la sua esistenza sarà una fuga mai compiuta da quell’origine lacerata, e la fotografia lo accompagna come specchio e condanna.

Lo si vede in centinaia di autoritratti, messinscene ostinate e perturbanti. Bascoulard cuce i propri abiti come fossero corazze o travestimenti, geometrie improbabili, sculture tessili che indossa davanti all’obiettivo. Non è moda, non è teatro, non è avanguardia: è un rito intimo, un esorcismo che lascia emergere una figura a metà tra clochard e visionario. Ogni scatto è un atto di resistenza alla cancellazione, un tentativo di ricostruire identità dove la vita ha lasciato macerie.

Fotografare se stesso diventa allora più che gesto estetico: è biografia cucita in immagini, un diario muto che brucia di malinconia. Non c’è compiacimento, non c’è ironia: solo la fatica di esistere, tradotta in pose spigolose, in sguardi che attraversano la lente senza chiedere comprensione. È il volto del marginale che si autoinscena come icona, non per vanità ma per necessità.

Bascoulard vive povero, ai margini, in una città che lo tollera come figura eccentrica senza mai riconoscerlo come artista. Finirà strangolato nel 1978, in circostanze mai chiarite del tutto, quasi fosse il capitolo inevitabile di una biografia destinata alla sparizione. Ma i suoi autoritratti, recuperati e diffusi solo dopo la morte, tornano oggi come un controcanto inquieto alla storia ufficiale della fotografia.

Guardare quelle immagini significa riconoscere un’altra genealogia: non la fotografia come documento o celebrazione, ma come ferita e ossessione. In Bascoulard non c’è nostalgia né fuga estetizzante; c’è il corpo che si ostina a mostrarsi anche quando il mondo vorrebbe dissolverlo. La sua opera, sottratta alla polvere del silenzio, parla di un’arte che non consola né adorna: apre crepe, mette in scena la fragilità, restituisce alla luce ciò che è stato relegato nell’ombra.