C’è un silenzio che attraversa la luce di Mimmo Jodice, un respiro antico che resta sospeso nelle sue immagini. È un silenzio vivo, una soglia tra ciò che appare e ciò che scompare. Quando ho saputo della sua morte, meno di due giorni fa, ho provato un dolore che somigliava alla gratitudine: Jodice era uno di quei maestri rari, schivi, capaci però di generare una luce che tocca tutto.
Lo incontrai per caso, da ragazzo, al Centro Sperimentale Adams. Un foglio stampato, una firma, una veduta di Napoli che non era Napoli, ma una pausa dentro la realtà. Da quel momento capii che la fotografia italiana aveva un suo respiro, una sua mistica. E Jodice ne era la voce segreta, riconosciuta nel mondo molto prima che in Italia.
Napoli lo ha sempre abitato e definito: il Rione Sanità, le ombre, i mercati, la vita e la morte intrecciate. La fotografia arrivò più tardi, come una lingua naturale. Negli anni Sessanta e Settanta, mentre rifletteva sulla natura stessa dell’immagine, Jodice capì che fotografare non era descrivere ma interrogare. All’Accademia di Belle Arti di Napoli — dove inaugurò la prima cattedra di fotografia in Italia — insegnava soprattutto a guardare: prima con gli occhi, poi con la macchina.
Il bianco e nero era la sua morale. In camera oscura, dove passava giornate intere, la stampa diventava un atto di fede. In Vedute di Napoli degli anni Ottanta, la città appare come un corpo nudo e ferito, bellissimo e immobile; in Mediterraneo il tempo stesso diventa soggetto, tra statue, rovine e mari che sembrano trattenere il respiro. Jodice era un archeologo del visibile: scavava nella luce per trovarvi memoria.
Era un uomo riservato, lento, essenziale. Credeva che la fotografia dovesse resistere alla superficialità del mondo. Per questo le sue immagini non invecchiano: non chiedono di essere comprese, ma attraversate.
Oggi Napoli lo riconosce finalmente come maestro popolare, con le sue fotografie nelle stazioni, nei treni, nei luoghi del quotidiano. Ed è lì che la sua opera compie il cerchio: nata dal popolo, torna al popolo, silenziosa e necessaria.
Di Jodice resta soprattutto un modo di guardare: un invito alla lentezza, alla profondità, alla cura. Un’idea di fotografia come pensiero, come memoria che respira. Resta il suo silenzio luminoso, quel tempo sospeso che ci accompagna.
Perché la sua eredità non è nelle cornici, ma nella luce. E la luce — lo sapeva bene — non si possiede: si attraversa.