Ci sono fotografi che documentano e fotografi che mettono in scena, come registi della tenebra. Christopher Dean, alias NecrosHorns, appartiene alla seconda specie: il suo obiettivo non cattura, evoca. Nato a Panama, trapiantato a Stoccolma, ha iniziato nel legno, pirografando simboli e bruciature con sangue al posto dei colori. Ma è nella fotografia che ha trovato la grammatica definitiva della sua estetica: un lessico di buio, ossessione e sacrale provocazione. Le sue immagini non sono ritratti né cronache visive: sono atti rituali, tagli di luce che inseguono la rovina come se fosse una promessa.
Il chiaroscuro, in NecrosHorns, non è un esercizio stilistico, ma un conflitto permanente: la luce appare per essere tradita, l’ombra per essere resa materia. Così i corpi, spesso deformati, mascherati, resi icone di una religione minore, diventano totem di resistenza al consumo della visione. Non c’è spettacolo compiacente, non c’è la fotografia patinata delle riviste, ma un gesto che brucia la superficie. Basta guardare la serie The Omen…, scattata lungo la Via Dolorosa a Gerusalemme: una via crucis di immagini che riaprono la ferita tra sacro e blasfemo, tra memoria e dissacrazione. Non si tratta di un’operazione di “scandalo” fine a sé stesso: c’è qui l’intenzione di riportare la fotografia alla sua funzione primaria, che non è decorare, ma disturbare.
Il legame con il metal estremo è evidente, ma non va ridotto a un’estetica di sottocultura. I suoi lavori — compresi i dieci anni di fotografie raccolti in 10 Years of Blasphemy — parlano un linguaggio universale di apocalisse e resistenza. È una fotografia che dialoga con il catastrofismo pittorico, con l’immaginario gotico europeo, con il teatro crudele di Artaud e con il cinema disturbante di un Zulawski o di un von Trier. Il palco, quando ritratto, non è mai palco: è un altare che si consuma. Le figure, siano musicisti o corpi anonimi, non sono mai persone: sono simboli da cui trasuda un’energia che non consola, ma spinge a interrogarsi.
Quella di NecrosHorns è una fotografia “politica” in senso lato, perché non si limita a offrire immagini ma costringe a un confronto. Qual è il limite tra arte e sacrilegio? Cosa rimane del sacro quando lo si immerge nel buio dei flash? La sua opera non cerca risposte: tiene aperta la ferita, la mantiene sanguinante. E forse è in questa resistenza che trova la sua forza. In un mondo dove la fotografia viene spesso ridotta a decorazione digitale, NecrosHorns insiste sull’urgenza dell’arte come atto pericoloso, mai pacificato.
Guardando i suoi scatti ci si accorge che l’oscurità non è mancanza di luce, ma materia viva. È lì che la sua fotografia trova casa, ed è lì che interroga anche noi: quanto siamo disposti a vedere davvero?