Le immagini di Pierluigi Ortolano non cercano il colpo d’occhio: si piazzano davanti e restano lì, ostinate. 

Contrarie alla spettacolarizzazione dell’immagine, conquistano attraverso altre metodologie più raffinate e meno commerciali.

Sono fotografie che rinunciano all’effetto immediato, scegliendo invece l’asprezza della materia, il peso del vuoto, la zona in cui lo sguardo non si sente al sicuro. In quel bianco e nero essenziale senza nostalgia, ma con un rigore che in qualche modo inquieta, che tiene chi osserva dentro l’irrisolto.

Madeira, certo, con le sue rocce e le sue foreste sospese tra Atlantico e silenzio, diventa terreno fertile per questa ricerca. Non è solo il paesaggio che interessa a Ortolano, ma l’eco che il paesaggio stesso restituisce. I tronchi scavati dal vento, le ombre compatte tra i rami, le pietre consumate dall’umidità: tutto sembra oscillare tra apparizione e sparizione. Qui il bianco e il nero non sono opposti, ma forze che si sfiorano, che si contaminano.

La tecnica è una sottrazione metodica. Ortolano lavora con un rigore che respinge ogni ornamento. La pellicola lascia emergere la grana, non come difetto ma come carne viva dell’immagine. Le luci incidono lo spazio, i neri si addensano fino a farsi materia. È un linguaggio che ricorda i chiaroscuri di un teatro vuoto, dove gli attori sono elementi minimi: una foglia, un muro, un’ombra. Ogni dettaglio viene isolato, ma non per feticismo formale. È piuttosto una scelta etica: dire solo ciò che resta, ridurre la fotografia all’essenziale.

Non c’è linearità narrativa. Gli scatti si rincorrono come frammenti di un libro che non vuole chiudersi. Madeira è una tappa, non un punto d’arrivo: lo stesso sguardo attraversa città abbandonate, interni ridotti all’osso, ritratti in cui i volti sembrano emergere da un buio compatto. Tutto vibra di una malinconia concreta, non estetizzata. È un dolore sordo, inscritto nelle cose più che nei gesti.

In questo senso Ortolano si colloca dentro una tradizione gotica che non indulge al simbolismo, ma scava nel quotidiano. Le sue immagini ricordano che il nero non è assenza di luce, ma accumulo di tempo, sedimentazione di storie che nessuno racconta più. La fotografia diventa allora un atto politico silenzioso: fissare ciò che rischia di dissolversi, restituire dignità a ciò che lo sguardo comune ignora.

Chi osserva le sue opere non trova appigli facili. Non ci sono scorci rassicuranti, non c’è il piacere estetico del bello codificato. C’è piuttosto l’invito a sostare, a rallentare, a misurarsi con la densità delle ombre. Ortolano non accompagna lo spettatore: lo lascia solo davanti alla materia, lo obbliga a interrogarsi sul senso stesso di guardare.

È in questa ostinazione che risiede la forza del suo lavoro. Nel rifiuto di semplificare, nella capacità di trasformare il bianco e nero in un dispositivo critico. Madeira, e tutto ciò che Ortolano fotografa, diventa teatro di una lotta muta: tra visibile e invisibile, tra permanenza e dissoluzione. Una fotografia che non accarezza, ma interroga. E che per questo resta.