Nelle fotografie in bianco e nero di Raúl Cantú sembra che la luce, a un certo punto, smetta di avere voglia di spiegarsi. È un linguaggio trattenuto, come se ogni immagine dovesse ancora decidere se mostrarsi oppure no. Ci si accorge presto che non siamo davanti a composizioni, ma a presenze. E che il chiaroscuro, nel suo lavoro, non è un effetto ma un autentico carattere.

Il bianco, nelle sue immagini, non ha mai la tentazione dell’eleganza. È un bianco verticale, quasi ostinato, che non cerca di mettere a fuoco il mondo ma di misurarne la distanza.
Cantú la lascia agire come una forza impura, un taglio che separa le cose dalla loro stessa familiarità. Il risultato è un paesaggio che somiglia più a un ricordo che a una scena attuale: qualcosa che si è ritirato, magari anche da poco, ma che continua a vibrare nella sua assenza.

Molto diverso il nero, che nel suo lavoro non è mai una chiusura. È un nero denso, ma mobile, quasi respirato. Non è simbolico: è fisico. A volte sembra persino più vivo delle forme che contiene. È dal nero che emergono quelle sembianze umane, quegli alberi, quelle storie isolate, quelle architetture ridotte all’osso che lo hanno reso riconoscibile. Affiorano da un fondo che li trattiene ancora un attimo prima di concederli allo sguardo. La sensazione è che Cantú fotografi non ciò che vede, ma ciò che rimane dopo che il mondo ha smesso di parlare.

Si potrebbe dire che nelle sue fotografie c’è un’idea di silenzio che non appartiene al silenzio stesso. È un silenzio pieno, operativo, che sembra invitare a guardare senza interpretare. Cantú usa il bianco e nero  dando spazio a una densità che non ha bisogno di didascalie.

Eppure i suoi lavori non hanno nulla di nostalgico, nonostante la scelta linguistica possa farlo pensare. La sua è un’astrazione terrestre, una sorta di geologia mentale: forme che potrebbero appartenere a un mondo reale o a un mondo dopo il reale, indifferentemente. Luoghi così esatti da sembrare invenzioni. Una fotografia che non documenta e non denuncia, ma procede per sottrazione, lasciando che siano la materia e la luce a decidere chi avanza e chi arretra.

Il punto è che il bianco e nero, in Cantú, non funziona come un codice estetico. Funziona come un modo di sopravvivere all’eccesso di immagini ai quali siamo tutti, consapevolmente o meno, sottoposti. In un tempo che pretende che tutto sia visibile, lui rimette al centro ciò che non si lascia catturare: l’ombra, il margine, l’intervallo. La parte che sfugge.

Guardare le sue fotografie significa accettare che il mondo si sottragga continuamente allo sguardo mentre lo scrutiamo. È in quell’esitazione, in quel sottile margine tra apparizione e ritiro, che il lavoro di Raúl Cantú rivela la sua forza più autentica. E in quell’attesa silenziosa, l’immagine respira, sospesa tra il tempo e l’eterno.