Robert Stivers, americano, fotografo d’arte dalla sensibilità teatrale, affronta la materia della fotografia come se fosse uno spazio drammaturgico. Le sue immagini, rigorosamente in bianco e nero, appartengono a un’epica sospesa, dove l’ombra non è semplice contrasto, ma protagonista silenziosa. Lo sguardo di Stivers non scorre: indugia, penetra, mette in scena la fragilità del corpo, la mutevolezza della luce, il senso di un vuoto esistenziale che non si può ignorare.

Stivers non si limita a fotografare corpi o scene; costruisce architetture dell’intimità e dell’angoscia. Ogni scatto è un atto di contemplazione e dominio insieme: il fotografo plasma la luce come fosse argilla, lasciando emergere volti, mani, tessuti, pieghe di carne che respirano nel silenzio più assoluto. La tecnica analogica non è nostalgia: è garanzia di presenza, testimonianza di un tempo che si rifiuta di essere ridotto a digitale, di un gesto che diventa rituale.

Nei ritratti di Stivers non c’è indulgere nel morboso, ma una lentezza contemplativa che rende lo spettatore partecipe della scena, spettatore e al contempo prigioniero dell’oscurità. L’arte del fotografo si colloca in quell’interstizio tra memoria e percezione, tra teatro e sogno, tra realtà tangibile e ombra emotiva. Lo spazio bianco e nero è funzionale al pensiero: meno distrazioni, più densità, più verità.

In un’epoca che confonde immagine con sovraccarico visivo, Stivers reintroduce il respiro, il vuoto e la pausa. Il suo lavoro è un invito alla riflessione sul corpo, sulla morte e sul desiderio, ma sempre con un’eleganza rigorosa che non cede mai al facile effetto. Il risultato è una poesia fotografica dove l’oscurità non è spettacolo, ma condizione necessaria dell’umano.