Non c’è mai una giusta distanza quando si fotografa la guerra. O sei troppo vicino e rischi di svanire nel fragore, oppure resti troppo lontano e ti riduci a spettatore sterile. Simone Camilli aveva scelto il punto più difficile: quello che ti mette in ascolto, dentro la ferita, ma non ti concede mai la protezione dell’obiettivo come scudo. Aveva trentacinque anni quando una bomba lo ha portato via a Gaza, ma la sua voce continua a vibrare nelle immagini e nei fotogrammi che ci ha lasciato, oggi ancor più attuali di allora. Simone non era un classico cronista: era un testimone, e nei suoi frame la polvere e il silenzio diventavano linguaggio universale, utile a coinvolgere pure i più indifferenti.

Nato a Roma, cresciuto tra la cultura europea e i margini del Mediterraneo, Camilli aveva capito presto che il giornalismo non poteva ridursi a un inventario di tragedie. Per lui la macchina fotografica o quella da presa erano necessità: non fermare l’attimo, ma scavare nel suo fondo. Non era un cacciatore di macerie: cercava le mani che le rimuovevano, le donne che cucinavano tra le rovine, i bambini che giocavano sul bordo di un cratere. Dentro quelle immagini viveva l’ostinazione di chi non voleva piegarsi alla retorica della guerra come spettacolo.

Il giorno della sua morte, nell’agosto del 2014, seguiva gli artificieri palestinesi che tentavano di disinnescare ordigni inesplosi. Una di quelle bombe – residuo del linguaggio più crudo del potere – esplose, cancellando sei vite. La cronaca ne parlò rapidamente, come spesso accade con notizie che occupano i titoli di prima pagina per poche ore, come accade ancora oggi, in luoghi dove i governi mostrano sempre scarsa sensibilità. Ma chi ha incontrato il suo sguardo sa che in lui c’era una capacità rara: trasformare il reportage in una forma di etica.

Nelle sue fotografie non c’è esasperazione del dolore, ma neppure freddezza, anzi. Polvere, fumo, corpi feriti: ma sempre filtrati da una tensione umana, da una domanda rivolta a chi guarda. “E tu, cosa fai davanti a tutto questo?” sembra dirci. Camilli non voleva spettatori, voleva complici della memoria e strumenti per cambiare presente e futuro.

Oggi Gaza brucia ancora, e i suoi lavori tornano a interrogarci, semmai abbiano smesso di farlo. Non come reliquie, ma come compagne scomode. Guardarli significa accettare che il dolore non è mai neutro, che la fotografia non è mai innocente. Significa anche tenere viva la promessa di quella telefonata sospesa, di quel dialogo che Simone aveva affidato al futuro: credere che immagine e parola possano ancora aprire varchi di verità.

Le sue fotografie, i suoi video reportage restano sempre lì, come macerie luminose, a ricordarci che la memoria non è un archivio, ma un gesto che non smette mai di domandare.

Grazie caro amico.