C’è un filo di polvere e di nebbia che attraversa le fotografie di Tish Murtha, un velo che non addolcisce. Non c’è retorica nel suo sguardo, non c’è la mano morbida del documentarista benintenzionato, quelli di oggi. C’è la rabbia silenziosa di chi conosce dall’interno il mondo che racconta.

Murtha nasce a South Shields, nel nord-est dell’Inghilterra, nel 1956. Una delle dieci figlie di una famiglia operaia, cresce tra le strade e le case fatiscenti di Elswick, Newcastle. Non osserva dall’esterno: abita i margini, respira la stessa aria dei suoi soggetti. Per lei la fotografia è appartenenza. La sua lente si sporca di fango e di rabbia, ma anche di tenerezza: mostra un’umanità che resiste nonostante tutto.

Quando nel 1981 espone Youth Unemployment, il Paese è nel pieno dell’era Thatcher. Murtha ritrae i giovani della sua comunità: ragazzi che passano le giornate in strada, tra sguardi vuoti e piccoli atti di ribellione. Non sono figure romantiche da manifesto politico. Sono corpi concreti, respinti dalla scuola e dal lavoro, consumati da un tempo che non promette futuro. Le sue immagini diventano un atto d’accusa: la disoccupazione non è statistica, è reale, è tangibile, è adolescenza bruciata.

Il linguaggio è diretto, quasi brutale. Il bianco e nero riduce la visione a contrasto. Non c’è ricerca di armonia, ma tensione costante, una fotografia che suona come un urlo trattenuto. L’ombra è sostanza; la luce non ferisce.

Murtha non riceve il riconoscimento che meriterebbe. Vive e lavora sempre ai margini, coerente e ostinata. Quando prova a spostarsi verso il fotogiornalismo, le redazioni la rifiutano: troppo scomoda, troppo vicina ai soggetti, troppo distante dalle estetiche dominanti. Torna a Newcastle, fotografa la sua comunità fino a quando può, e muore nel 2013, povera e dimenticata, poco più che cinquantacinquenne. Solo dopo la sua morte le sue immagini vengono riscoperte, esposte, ristampate: l’ennesima beffa per chi ha passato la vita a dare voce a chi non l’aveva.

Guardare oggi le fotografie di Tish Murtha significa confrontarsi con una verità che brucia ancora. Non è ricordo di un’epoca lontana: è l’eco di una marginalità che continua a ripetersi. I suoi ragazzi degli anni Ottanta hanno i volti dei giovani precari di oggi, dei migranti respinti, delle periferie lasciate a marcire. La sua opera ci interroga proprio perché non è mai diventata merce, non si è mai piegata al gusto corrente.

La fotografia di Tish Murtha è politica senza bisogno di slogan, è narrativa, è un canto spezzato che attraversa decenni. Scatti come finestre mai chiuse, varchi da cui entra un vento freddo che ci costringe a ricordare che il mondo non è equo e che la bellezza può nascere anche dalla rovina, purché ci sia qualcuno disposto a guardarla senza voltarsi.