C’è un punto in cui la moda smette di essere frivolezza e diventa rito, dove l’oggetto racconta, custodisce, interroga. In questo interstizio si muove Vanessa Hogge, ceramista nata a Nairobi e cresciuta a Londra, artista che ha scelto il bianco e il nero come vocabolario essenziale, come confine entro cui dare vita a forme che resistono alla saturazione dell’immagine contemporanea.

I suoi fiori, plasmati in porcellana e stoneware  sono rovine e apparizioni, petali scolpiti che si aprono e si richiudono come lembi di carne fossilizzata. Oggetti che sembrano provenire da un passato mai esistito, eppure capaci di parlare al presente con una chiarezza disarmante. In bianco e nero, senza concessioni decorative, Hogge costruisce un paesaggio di fragilità che diventa scultura, accessorio, talvolta gioiello: un’estetica che si lascia indossare e insieme sottrae.

C’è chi le attribuisce una grazia minimalista. Ma è un inganno. Queste forme levigate, ripetute, ossessive, hanno piuttosto il carattere della liturgia: un lavoro quasi monacale, in cui ogni petalo modellato a mano diventa variazione su un tema antico, come una preghiera laica recitata contro l’oblio della materia. Hogge lavora contro l’idea stessa di effimero che la moda ha imposto al nostro sguardo. Non c’è consumo rapido, non c’è logica di stagione. C’è un tempo lungo, severo, che s’insinua tra gli oggetti e li carica di una potenza quasi archeologica.

Il bianco e il nero, ridotti a superficie e profondità, a luce e ombra, non sono solo scelte cromatiche ma dichiarazioni di intenti. Hogge sembra dire: non vi darò l’illusione del colore, vi lascio soltanto il silenzio e il contrasto, l’essenza di ciò che resta quando l’estetica si spoglia del superfluo. È un atto politico, più che estetico: nel suo lavoro, l’oggetto decorativo diventa arma contro l’appiattimento cromatico dell’industria, contro la logica delle collezioni che si susseguono senza lasciare traccia.

Vanessa Hogge costruisce reliquie contemporanee. Pezzi che stanno a metà strada tra il reperto e l’ornamento, tra il gioiello e il fossile. Nel silenzio monocromo delle sue opere, il gesto manuale resiste alla velocità digitale, il corpo dell’artista ritorna a interrogare la materia. E in questo ritorno c’è una lezione che riguarda non solo la moda, ma il nostro stesso modo di guardare: imparare a sostare, a leggere la forma senza distrazioni, a riconoscere nel bianco e nel nero un campo di battaglia ancora aperto.